Intervista a Luisa Carrada: be conversational!

Luisa Carrada de Il Mestiere di Scrivere spiega quanto è importante per i copy essere “conversazionali”. Cosa significa “Be conversational”?

L’intervista

Luisa Carrada
Luisa Carrada

1) Al centro delle sue ultime riflessioni c’è il concetto di “conversevolezza”, un adattamento in italiano dell’inglese “conversational”: ci può spiegare in che cosa consiste esattamente questa pratica di scrittura?

Non la definirei una pratica di scrittura, è piuttosto un effetto che il testo riesce a produrre in chi legge. E per questo non può essere definita, tantomeno “esattamente”. Questo effetto è quello di ascoltare una voce che ci parla mentre si legge. Un testo “conversevole” ha quindi il ritmo, l’andamento della lingua parlata, ma non ne ha le ridondanze, le ripetizioni, le incertezze, le tortuosità. Diciamo che è “la versione in bella” della nostra voce, quella che verrebbe fuori se potessimo fare un raffinato editing di quello che diciamo.

Un testo conversevole è quindi logico, lineare, ben argomentato come un testo scritto, e al tempo stesso è caldo, vicino e diretto come una conversazione. Ha una sintassi articolata, ma mai complicata. Un lessico ricco, come se parlando avessimo il tempo di scegliere le parole con cura. E non disdegna qualche espressione colloquiale propria della lingua parlata.

Il testo conversevole è altamente leggibile perché avvicina un’azione innaturale come leggere a una delle azioni più naturali che conosciamo: ascoltare. E mentre è così facile abbandonare un testo da leggere, è ben più difficile abbandonare qualcuno che ci sta parlando.

ascoltare

2) Nel suo blog ha scritto di aver “imparato che un testo naturale costa un sacco di fatica. Quello che si legge in tre minuti a volte si scrive in tre quarti d’ora, persino in tre ore”. Questa è una lezione che Flaubert conosceva bene: per verificare la naturalezza di una frase la declamava ad alta voce. Lei come si accosta al processo creativo di un libro invece?

Io sono una gran praticona e molto istintiva. L’espressione “processo creativo” in genere non mi sfiora se riferita a me stessa. Solo dopo aver scritto un libro capisco come è nato e siccome ormai ne ho scritto qualcuno, qualche idea su come nasce per me un libro me la sono fatta.

Nasce quando una serie di idee disparate improvvisamente si collegano intorno a un’idea centrale. Sì, succede sempre all’improvviso, per cui ne prendo nota e apro un file in cui butto giù quello che mi è venuto in mente. Man mano, metto in quel file tutto quello che leggo, che incontro, che studio intorno a quell’idea, finché quasi da sé prende forma un indice. A quel punto, so che scriverò il libro, capitolo per capitolo. Durante la stesura aggiungerò e toglierò molte cose, ma tutto parte dall’idea centrale.

3) Come si può, in un romanzo, raggiungere la “conversevolezza”?

Questo proprio non lo so, perché io non ho mai scritto né mai scriverò un romanzo. Ma, da lettrice, non parlerei di conversevolezza nella narrativa. Quello che in un testo professionale può essere definito conversevolezza, nella narrativa sono la verosimiglianza e la coerenza, cioè la capacità della scrittrice o dello scrittore di costruire per noi con le sole parole un mondo talmente verosimile e coerente che ci scivoliamo dentro senza accorgercene e che a libro finito ci dispiacerà molto lasciare.

Una capacità importante anche nella scrittura professionale, naturalmente: pensiamo al brand journalism o alla scrittura di marketing. Un bravo copywriter sa far “sentire” e “vedere” gli effetti di un prodotto o di un servizio sulla nostra vita…

4) Quali sono, invece, i consigli che darebbe per chi è solito scrivere al largo pubblico attraverso i social media?

Sui social sì che la conversevolezza conta! Perché sono qualcosa di nuovo, a metà strada tra oralità e scrittura. La lingua parlata può essere un buon punto di partenza, ma poi bisogna lavorarci su, soprattutto di lima.

Sintassi semplice e lineare, parole immediatamente comprensibili per il pubblico cui ci stiamo rivolgendo (sembra facile a dirsi, ma significa avere molto chiaro chi è il nostro lettore modello e per ogni strumento o canale il livello di comprensibilità può essere diverso), un tono di voce diretto e vicino ma credibile e autorevole, capacità di incuriosire e sorprendere. Ma la prova del nove – per i social come per qualsiasi altro testo – è sempre la rilettura ad alta voce.

5) È quindi davvero possibile imparare ad avere un stile naturale, a padroneggiare la “conversevolezza” attraverso un libro come, per esempio, il suo “Il mestiere di scrivere”?

Sono sincera: credo di no. O meglio, un libro può far riflettere, dare buone indicazioni di base, instillare la consapevolezza – la cosa più importante per comunicare in modo efficace attraverso la parola scritta –, ma tutto il resto è pratica, rilettura, riscrittura… Più si scrive, si legge e ci si ascolta, più si affina la sensibilità. Ricette facili non ce ne sono, ma il bello della scrittura è che un testo non è mai perfetto e noi non finiamo mai di imparare, soprattutto in un periodo come questo, in cui il testo prende tantissime forme, sugli strumenti più diversi.

6) Una domanda di carattere più personale: che cosa l’ha spinta a scrivere?

In realtà alla scrittura sono approdata quasi per caso, perché io ho fatto studi storico-artistici. Ma la svolta alla mia vita professionale l’ha data internet: mi piacque tantissimo, da subito, e sentii il bisogno di scriverci dentro anch’io. Il Mestiere di Scrivere è nato così, dalla curiosità e dalla voglia di sperimentare. Da lì è seguito tutto, come un flusso ininterrotto: il blog, i libri, Facebook e Twitter. Domani, chissà!




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ABOUT THE AUTHOR

Sara Svolacchia

Dottoranda in letteratura francese a tempo pieno, vivo tra Roma e Firenze. Tra la tesi e i saggi che pubblico per l'università, e gli articoli di taglio giornalistico a cui mi dedico per passione, si può dire che smetto di scrivere solo per dormire.

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