Self-publishing NON è EAP

self-publishing non è eapSelf-publishing NON è EAP: scusa il titolo provocatorio, ma sto sentendo troppo spesso questa cosa e mi dà fastidio. Non è perché ho pubblicato e pubblicherò in self-publishing, ma ho i miei motivi.

Perché il self-publishing non è EAP

Il self-publishing viene confuso con la EAP perché c’è un gesto comune: è l’autore a metterci soldi. Su questo siamo d’accordo, ma analizziamo come questi soldi vengono spesi. Anzitutto, sono contraria anch’io alla definizione di “investimento su se stessi” quando si pubblica un libro. Semmai è un investimento sul libro, ma definire così la propria scrittura significa non amarla e considerarla alla pari di un’azienda che deve fatturare su una confezione di pomodori che produce.

Il self-publishing è uno strumento che permette all’autore di pubblicare da solo.

Pubblicare da soli ha i suoi costi (che si possono tenere sotto controllo e sono scelti dall’autore, non c’è una proposta editoriale con un prezzo univoco nel self-publishing), è ovvio, ma è l’autore a scegliere tutte le fasi di sviluppo del libro; dall’illustrazione alla diffusione del testo stesso, avendo un totale controllo su come quel testo viene utilizzato. L’autore ha l’ultima parola anche su come convertire un e-book (formato Epub o Mobi) se non sceglie la strada del cartaceo. Nessuno garantisce all’autore diffusione in tutte le librerie del mondo, milioni di euro di diritto d’autore ed eventi studiati per il libro. Il problema dell’EAP è proprio questo: promette e non mantiene. L’autore paga in maniera indiscriminata e si trova le copie a casa.

self-publishing non è eapUn altro punto a favore del self-publishing è che questa possibilità offre spazi che sono negati alle EAP e l’autore può mostrarsi in primo piano se sfrutta bene i social network (hangout in primis).

Infine, non tutti possono fare self-publishing: sono d’accordo con chi dice che non si possono vedere testi in self-publishing non editati e senza un minimo di senso logico, ma ritengo che si possa fare self-publishing solo se si fa un serio piano editoriale (e su questo Roberto Tartaglia ha una vasta letteratura), comprensivo di necessario editing.

Perché il self-publishing non è una pratica di vanità

Un’opinione diffusa è che il self-publishing sia riservato a chi è stato rifiutato dalle NO EAP. Nel mondo perfetto, una casa editrice NO EAP pubblica testi di qualità e questi vendono. Purtroppo non siamo nel mondo perfetto. Si pubblica felicemente spazzatura nelle grandi case editrici (magari dietro un reality o dietro l’agenzia letteraria di punta molto onerosa), nelle piccole si cerca la qualità con le linee editoriali. Non sempre le linee editoriali rispondono ai gusti del lettore, ma al gusto dell’editore. Quando un  testo non conviene, non risponde semplicemente alla linea editoriale, senza alcun consiglio per migliorare la propria scrittura (d’altra parte i testi sono troppi per poterlo fare).

Da qui l’idea di un self-publishing che faccia letteratura, come un filologo che anela a trovare l’originale di un testo.

Non so se riuscirò un giorno a fondare la mia casa editrice… So però che a chi mi propone un testo dirò perché non mi piace e non mi nasconderò dietro giudizi insindacabili e linee editoriali (per esempio approvo molto come fa la Triskell Edizioni, che ha scelto un genere e su quello organizza la sua linea editoriale, ma non costringe tutti ad amare i racconti :)).

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ABOUT THE AUTHOR

Annarita Faggioni

Founder e direttrice del progetto Il Piacere di Scrivere, copywriter e scrittrice.

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