Scrivere flessibile: “Il gioco di differimento dell’Io” di Francesco Mercadante

Francesco Mercadante

Oggi Il Piacere di Scrivere ospita il professore universitario Francesco Mercadante, da poco passato nel mondo del web con il suo blog Errori e Parole. Ecco come scrittura accademica, letteraria e “bloggara” si fondono :D.

Premessa kafkiana

Ogni cominciamento di scrittura si compie nello spazio di un teatro vuoto, un teatro latente. Latente? Sì, è vero, l’aggettivo pare improprio. Avrei potuto scrivere “deserto”, ma sarebbe stata cosa altrettanto impropria; di fatto, ho scritto vuoto. Il guaio è che la scrittura è una scena nella scena, dunque, forse, il teatro dell’esordio non è né vuoto né deserto, è solo latente.

Nel momento in cui la nostra attenzione si sofferma su un certo oggetto (…su una cosa), esso (…o essa), è già, per lo meno da principio, pieno della fruizione, passa attraverso il nostro pensiero. Ed è subito violenza: per chi scrive e per l’oggetto stesso. Chi scrive si dispone alla frammentazione della propria personalità, che, presto, assume i volti dei personaggi dell’opera.

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Filosofemi? Strategie di evasione? Oppure la denuncia di uno stato d’animo? Sembra palesarsi in modo incalzante più la condizione dello scrittore che il contenuto della scrittura, cioè una necessità incontenibile del ritorno all’esistenza primitiva del pensiero selvaggio, i cui rappresentanti, membri della cultura clanico-totemica fortemente legati alla funzione dei bisogni, se posti innanzi ad un albero qualunque, non tradiscono l’empito proveniente dalla sfera intrapsichica fino a farsi elemento del piano della visione: per loro non esistono né un albero né un animale né, tanto meno, un uomo che non abbiano, rispettivamente, una destinazione d’uso, una funzione ed un ufficio da esercitare.1

Colui al quale venisse chiesto di presentire e comunicare in parole il proprio vissuto attorno ad un albero, innanzi al quale fosse posto per la prima volta, probabilmente cadrebbe nel vuoto del teatro. In altre parole, sarebbe costretto a rivisitare la propria latenza, una sorta di discesa nell’Ade. Il processo creativo è innanzitutto lo smembramento dell’Io scrivente. Si rilegga, a tal proposito, l’incipit de Il processo di Kafka: agghiacciante testimonianza dell’inevitabile metamorfosi!

Josef K. (…) senza che avesse fatto nulla di male, una mattina viene arrestato.2

L’arresto di Josef K. è la cattura dell’Io di Josef K., dell’Io tormentato d’un protagonista che non si riconosce fuorché in questa inaspettata scomparsa dalla quotidianità sociale in seguito ad una specie di guerra civile tra ragione e archetipi.

Il gioco di differimento e sospensione tra i volti continua ininterrottamente: alle guardie giunte sul posto ad arrestarlo, senza tuttavia esibire alcun mandato di cattura, si sostituiscono gli impiegati di banca pronti ad accompagnarlo al posto di lavoro, mentre Josef K. persiste nell’isolamento e nell’inconsapevolezza, forse indolente nel doversi commisurare al principio di realtà. Come muore un pezzo d’autore ad ogni nascita di personaggio, così morrebbe un personaggio che prenda il posto dell’autore. Non esiste un’idea generale di qualcosa: foglia, cane o albero. Esiste una visione.

1 Cfr. LÈVI-STRAUSS, C., 1962, La pensée sauvagee, , trad. it. di P. Caruso, 1964, Il pensiero selvaggio, Gruppo editoriale il Saggiatore, Milano.

2 KAFKA, F., 1925, Der Prozess, trad. it. di G. Landolfi Petrone e M. Martorelli, 1991, Il processo, in Kafka Tutti i romanzi e i racconti, Newton Compton Editori, Roma, p. 179.

Io e la scrittura

Avevo diciassette anni. Il mio mentore era morto da poco, appena un anno. Era mio nonno paterno, dal quale penso di avere ereditato la devozione agli studi e alla scrittura. Il nonno non era uno scrittore, non ne aveva il vezzo né la velleità. Se gli oggi potessi chiedergli perché non scrivesse mai neppure due righe, molto probabilmente mi risponderebbe dicendo che aveva di meglio da fare. Ex partigiano, ex pilota di autovetture da corsa, leggeva molto e imparava quasi tutto a memoria.

Di fatto era taciturno e schivo, mascherando la comunicazione con l’ironia ora tagliente ora enigmatica. Non mi esortò mai a studiare qualcosa né mi rimproverò per qualche brutto voto. Si lasciava osservare: questo e null’altro. Uno dei suoi passatempi consisteva nel disegnare su carta delle raffinate pergamene con penna stilografica per scrivere all’interno di esse qualcosa d’incomprensibile: si trattava delle lingue arcaiche, greco e latino.

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All’epoca, io spalancavo gli occhi di stupore e nutrivo cocente invidia per quelle sue capacità. Quando, per giunta, rispondeva al telefono parlando o in inglese o in tedesco o in francese, io me la prendevo con lui, senza tuttavia accennare ad una velata forma di protesta. Tutta colpa dei gesuiti! Aveva studiato presso di loro.

Ad un certo punto, cominciò ad insinuarsi in me la voglia di imitarlo. Soprattutto: io volevo capire ciò che scriveva. Fu così che decisi che, da grande, il mio compito lavoro avrebbe coinciso con gli studi e, principalmente con la scrittura. Non avevo fatto i conti col mondo, che, naturalmente non conoscevo. Scrissi il mio primo romanzo a diciassette anni, per l’appunto. Dal tentativo venne fuori una schifezza, non mi ci volle molto a bocciarlo.

Ma fu un esordio glorioso; lo fu in quanto atto di liberazione, ritorno alle origini, rinascita necessaria. Mi convinsi di dovere andare oltre, ma le altre esperienze furono prive di valore. Il cambiamento arrivò con la tesi di laurea. Il mio relatore non mi disse altro che: – Scrivi! –. Nei primi giorni, piansi per il nervosismo e la paura del fallimento; poi, cominciai a sentire un vago senso di stordimento, accompagnato da una sorta di isolamento psicologico.

Mi occupavo di dialettica hegeliana e categorie aristoteliche, idee schellinghiane ed esortazioni nietzschiane e nessun altro pensiero mi passava per la testa. Ore ed ore di assenza. Ne fui felice. Fino ad ora, ho pubblicato una decina di libri e parecchi articoli scientifici: 7/8 saggi scientifici, 3 romanzi e una raccolta di versi.

Cos’è la scrittura?

Nessuna definizione. È da saccenti e barbosi megalomani definire qualcosa pensando di offrire un vantaggio a qualcuno. Solo un testo, un frammento. L’esempio di ciò che è scrittura letteraria, a mio avviso, è superiore a qualsiasi tentativo di racchiudere le parole in una categoria statica.

Non si vedeva nessuno, non si udiva nulla; non un grido, non un rumore, non un soffio. Un sepolcro.1

È di certo corretta la sequenza vista-udito, dato per assunto il dettato aristotelico secondo cui il piacere di vedere è la sensazione suprema e che precede quindi tutte le altre (Metafisica, 980a): non si vedeva nessuno, non si udiva nulla. Tuttavia, il passaggio dal grido al soffio risente, almeno di primo acchito, d’un errato uso della deduzione.

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Semmai avrebbe dovuto essere: non un rumore, non un grido, non un soffio. Il sostantivo rumore s’impone con un campo semantico più vasto di quello degli altri due sostantivi, grido e soffio. Nulla da eccepire, invece, sulla punteggiatura, stando all’uso fattone dal traduttore di Hugo: il “punto e virgola” dopo nulla sospende la descrizione e avvia la deduzione. Un climax più intenso avrebbe permesso pure l’uso del “punto” dopo ciascun sostantivo: grido, rumore e soffio.

Ciò che sembra costituire un errore semantico è, al contrario, soltanto l’acume dell’autore nell’esercizio della tecnica narrativa poiché la citazione, concludendosi in un sepolcro, elabora un processo di significazione per il quale la parola svuota l’espressione umana di significato, il grido, fondendola e confondendola col rumore, di cui un soffio può benissimo essere parte. Non un grido, non un rumore, non un soffio. Un sepolcro.

Ecco come la punteggiatura diviene decisiva quanto mai fino ad allontanare la precedente obiezione. Non si può ammettere altra punteggiatura che quella in essere. Un sepolcro è isolato mediante i punti dagli altri sostantivi. Il sepolcro è sineddoche per dire la miseria de I miserabili. Ecco che cos’è la scrittura; il resto è letame

1 HUGO, V., 1862, Les Misérables, trad. it. di E. Di Mattia e R. Reim, 1995, I miserabili, Newton Compton Editori, Roma, p. 766.

Da fare

Qual è l’oggetto del nostro dovere? La letteratura o il blogging? O entrambe le cose? Quale che sia il lavoro da svolgere, lo studio di una buona grammatica e la lettura dei classici sono atti necessari, tranne che si voglia concepire lo spazio del web come sfogo. Ormai sono tutti poeti e tutti scrittori; evidentemente scrivere costa meno che andare in psicoterapia. Il resto è solo legato allo sviluppo dei propri progetti.

Ma tutti i poeti credono che chi aguzza le orecchie giacendo nell’erba o su declivi solitari venga a conoscenza delle cose che sono tra cielo e terra. E se provano moti affettuosi, in poeti pensano sempre che la natura stessa sia innamorata di loro.1

Non voglio ammorbare i lettori con la solita solfa: contenuti, aggiornamento e blà blà blà. È fin troppo chiaro che, dopo la grammatica e la lettura dei classici di pertinenza, arriva il momento del confronto e dell’esperienza: chi ha fatto di più deve essere considerato un punto di riferimento critico. L’autonomia totale è un bluff.

1 NIETZSCHE, F. W., 1885, Also Sprach Zarathustra, trad. Di G. Quattrocchi, 1994, Così parlò Zarathustra, edizioni Demetra, Bussolengo, p. 133.

Il Web, tra semplicità e brevità

Se si vuole essere onesti nei confronti dei lettori, scrivere vuol dire studiare, fare ricerca. Se non si ha voglia di stare ingobbiti su i libri o inchiodati allo schermo per sapere che cosa accade intorno a noi, allora ciò per cui si scrive è solo frustrazione. Non lo le statistiche a portata di mano, ma ritengo che la scrittura del web debba essere caratterizzata da semplicità e brevità del messaggio e ironia.

È bene sottolineare che semplicità non significa assenza di complessità, che è un fenomeno spesso inevitabile e prezioso. La semplicità è una tecnica di redazione dei testi che nasce dalla buona scuola giornalistica e proviene da una specifica area grammaticale. Come ottenere l’effetto desiderato?

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Tutti noi possediamo uno schema grammaticale innato e ricorsivo, almeno secondo le teorie di Noam Chomsky e Steven Pinker. In particolare, gl’italiani si basano sul modello SVO, cioè Soggetto, Verbo, Oggetto, o soggetto, predicato e complemento, come si sente dire fin dai tempi delle scuole. Agli effetti di una scrittura lineare è opportuno aggiungere non più di una subordinata di primo grado e una subordinata di secondo grado. Se si va oltre, il periodo diventa lungo e noioso, specie nell’ambito della nuova modalità responsive dei siti web, grazie alla quale possiamo leggere un articolo anche dal telefonino.

Ne faccio un esempio. Io (S) leggo (V) i classici (O) perché mi piace (subordinata di primo grado) che la mia scrittura ne sia nutrita (subordinata di secondo grado che dipende dalla subordinata di primo grado). Si può parimenti associare una coordinata perché di solito non appesantisce il periodo. Io (S) leggo (V) i classici (O) perché mi piace (subordinata di primo grado) che la mia scrittura ne sia nutrita, ma spesso non riesco a trasferire questa passione ai lettori (coordinata alla subordinata di secondo grado).

Questa costruzione del periodo ci permette anche di proporre testi brevi, adeguati al web. Il terzo elemento, a mio avviso dovrebbe essere una costante. L’ironia, quantunque velata, conferisce leggerezza ai significati, costituisce la rottura degli schemi del lettore inducendolo a leggere. Si tratta della tecnica che viene spesso utilizzata in pubblicità. Ricordate la pubblicità del gorilla che entra al bar e chiede qualcosa da bere?

Contrasta immediatamente la continuità della catena di significati, interrompendola, ma restituendo ad essa qualcosa di profondo, inesauribile e originario. L’utente sorride alla vista del gorilla che chiede una bevanda e si appresta, in questo modo, senza avvedersene, a percepire l’immagine dell’altro nel presunto senso diverso.

Il sorriso è uno dei primi atti di riconoscimento del mondo esterno che il bambino realizza tra il primo ed il secondo mese di vita; solo in età adulta il sorriso acquisisce le determinazioni della relazione con l’altro. Il sorriso suscitato dal gorilla ha segnato un percorso storico atemporale.

Conclusioni

E quando un romanziere prende contemporaneamente in considerazione varie maniere possibili di continuare una storia, i personaggi non sono forse, per dirla con una metafora, in una sovrapposizione di stati? Se il romanzo non viene prima o poi messo per iscritto, forse quei personaggi scissi possono continuare a sviluppare le loro storie multiple nel cervello del loro autore. Inoltre potrebbe perfino sembrare strano chiedere quale versione della storia è quella autentica. Tutti i mondi sono del pari autentici.1

1 HOFSTADTER, D. R., DENNETT, D. C., 1981, The Mind’s I Fantasy and Reflections ond Self and Soul, trad. it. di G. Longo, 1985, L’io della mente, Adelphi edizioni, Milano, p. 57.

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ABOUT THE AUTHOR

Annarita Faggioni

Founder e direttrice del progetto Il Piacere di Scrivere, copywriter e scrittrice.

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