Saravejo: l’intervista a Luca Leone sul nuovo libro

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Quello con Luca è un viaggio che parte dalla sua ultima opera (che verrà presentata domani) e passa dal mondo editoriale, fino alle sue poliedriche esperienze di: scrittore, editore e giornalista.

I Bastardi di Saravejo

1) Ritorni a parlare di Sarajevo, dopo il primo approccio con “Saluti da Sarajevo”. Quale pensi possa essere stata la tua evoluzione nei due testi (a distanza di tre anni) e come i “bastardi” di Sarajevo affrontano il mondo oscuro che li circonda?

 

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Luca Leone, autore de “I bastardi di saravejo ed editore della Infinito

In realtà, la prima volta che scrissi di Sarajevo in un libro fu una dozzina abbondante di anni fa. Da allora non ho mai mancato di raccontare nei miei libri le evoluzioni e le involuzioni di quella che considero anche un po’ “la mia città”.

“I bastardi di Sarajevo” è il mio settimo libro sulla Bosnia Erzegovina, su un totale di quindici, ed è legato con un grosso filo rosso non tanto a “Saluti da Sarajevo”, che è un “libro d’amore” dedicato a una città che adoro e per la quale desideravo fosse finalmente disponibile una guida (storica e sociale, oltre che turistica) finalmente aggiornata e utile, quanto invece a “Bosnia express”, libro (e, spero, presto anche film, visto che un regista sta lavorando alle riprese) in cui nella forma del reportage giornalistico avevo affrontato alcune delle tematiche importanti che approfondisco in forma di romanzo ne “I bastardi di Sarajevo”.

Mi riferisco – in particolare ma non solo – alla corruzione della politica, allo strapotere della criminalità e ai link macroscopici tra questa e la politica stessa, a quella grande porcheria che è la strumentalizzazione della religione e la creazione a tavolino di etnie che non esistono, alle condizioni drammatiche in cui versa il grosso della popolazione non solo della capitale ma dell’intero Paese a causa della voracità sfacciata di chi dovrebbe governare non nel nome del suo portafoglio e di quello dei suoi amici ma del popolo sovrano.

Con “I bastardi di Sarajevo” ho cercato di raccontare tutto questo e altro nella forma del romanzo nella speranza e nel tentativo di risultare di più facile comprensione e più avvincente nell’esposizione. La parola sta ora ai lettori, a chi vorrà cimentarsi nell’avventura, spero piacevole e istruttiva, di leggere questo libro, che ho voluto confezionare letteralmente come fosse un film.

2) La Infinito edizioni si propone, attraverso storie romanzate, di raccontare quanto effettivamente avviene a riflettori spenti. Un obiettivo che, lato autore, risulta molto complesso. Come affronti questa sfida?

In passato – e lo faremo anche in futuro – abbiamo alternato la scelta del romanzo storico e di denuncia a quella prettamente saggistica, è vero. A volte le storie che raccontiamo come editori sono romanzate (penso, ad esempio, a “Nola. Cronaca dall’eccidio” o a “Napoli e la seconda guerra mondiale”, per fare due esempi tra i molti).

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Altre volte, forse la gran parte, invece preferiamo il saggio in quanto tale o, meglio ancora, il reportage. I casi emblematici, in tal senso, sono “Srebrenica. I giorni della vergogna”, che rimane il mio libro più importante, con oltre ottomila copie vendute, “Bosnia express” (quasi cinquemila), “Il rumore dell’erba che cresce” di Marco Scarpati (circa ottomila), eccetera.

Spesso, è vero, sono io ad assumermi l’onere della sperimentazione, prima di dare il via a un nuovo filone all’interno delle nostre collane. “I bastardi di Sarajevo” è senz’altro un libro unico nella nostra produzione e, credo (e davvero non lo dico per fare lo snob: chi mi conosce sa che vivo coi piedi piantati per terra e sono ultracritico verso me stesso e verso il mio lavoro), anche piuttosto unico nel panorama editoriale nazionale. Un libro che un grande editore non pubblicherebbe mai.

Perché i grandi editori sono avvitati in logiche illogiche anni Settanta e affrontano la crisi dell’editoria con lo spirito della iena affamata e non con quello del bambino curioso
che va a esplorare nuovi mondi e cerca soluzioni inedite e spiazzanti.

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Photocredit: LT. STACEY WYZKOWSKI – www.dodmedia.osd.mil

Solo da un autore di nicchia, quale sono io, e da una piccola casa editrice, quale orgogliosamente è la Infinito edizioni (si è considerati medi editori, per chi non lo sappia, da quando il proprio fatturato annuo supera i venti milioni di euro circa… vi lascio immaginare da quand’è che si diventa grandi editori…) poteva arrivare un libro innovativo e provocatorio come “I bastardi di Sarajevo”, scritto come la sceneggiatura di un film e basato su una conoscenza dettagliata e vissuta del carattere, della mentalità, dei tic collettivi, dei traumi individuali e collettivi di un popolo affascinante e dolorante come quello bosniaco. Ora ci esponiamo al giudizio del pubblico, con umiltà totale e con grande curiosità, e vediamo che cosa accadrà. Siamo curiosissimi.

3) Giornalista, editore e autore: come vivi la tua giornata con ruoli così diversi, eppure così intrecciati tra loro?

Lo hai spiegato meravigliosamente tu. La vivo come una persona che si misura costantemente con tre parti costitutive e irrinunciabili della sua professionalità. Il giornalismo rappresenta per me la base, come lo rappresenta anche il profondo disgusto che da anni ho per la professione; lo scrivere libri è il mio contributo politico all’essere cittadino attivo ma disgustato dalla pochezza della politica. La mia specializzazione, poi, gli esteri, sono quanto di più reietto e dimenticato nei giornali italiani, ormai settati soprattutto su casi di cronaca nera, scandali sessuali e sport.

Mi rifiuto di subire passivamente il declino incalzante del giornalismo italiano e, a modo mio, cerco di metterci professionalità per far capire che ci sono modi diversi di fare questo mestiere, oltre che fare marchette sui giornali e parlare solo di ciò che un grande editore ha deciso che bisogna raccontare agli italiani.

Come editore amo andare controcorrente, non essere come gli altri, provare a dare qualcosa in più per far nascere un dibattito, per spingere le persone a una vera e partecipata cittadinanza attiva. E nulla più e meglio dei libri, dei buoni libri, possono e sanno spingere i cittadini verso riflessioni profonde e scomode per la politica omologatrice. Dunque, dal mio punto di vista, sono tre diverse facce, tutte concordanti.

Il problema è riuscire a trovare il tempo, nel corso della giornata, per fare bene tutte e tre le cose. O almeno per provarci. Il fatto è che la giornata dura solo ventiquattro ore e una parte di esse va necessariamente passata dormendo. Però, alla fine, per quanto il tempo sia davvero tiranno, i tre impegni si completano perfettamente e mi danno una visione particolare del rapporto talvolta non facile, ad esempio, tra autore ed editore, essendo io entrambe le cose. Aggiungo solo, se posso, che pur essendo stato io prima autore che non editore, oggi propendo decisamente per le posizioni e le problematiche legate alla professione dell’editore e, per fare una battuta, a volte mi ritrovo a essere solidale con quella parte di me stesso…

4) Realtà e fantasia giocano tra le tue righe. Un consiglio che ti senti di dare a chi inizia ora il suo percorso di scrittura (sia a livello professionale che come autore).

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Ne “I bastardi di Sarajevo”, per la prima volta, hai perfettamente ragione, mi sono trovato a dosare realtà e fantasia. Spero che la sintesi sarà piacevole per il lettore. Dare consigli, sai, è difficile. Ciascuno, per fortuna, segue un suo percorso di vita che talvolta diventa percorso professionale.

Non è necessariamente detto che la passione di scrivere debba per forza portare alla pubblicazione o a una carriera da scrittore. Scrivere è per prima cosa un piacere, un immenso piacere, talvolta una necessità. La scrittura nasce da un impulso interiore fortissimo ed è un atto profondamente personale che può assumere una valenza collettiva, addirittura sociale. Scrivere è un’immensa responsabilità verso se stessi e verso chi ci legge, fosse anche solo un amico o un parente.

Per affrontare quest’esperienza è necessario non perdere contatto con se stessi e con il mondo circostante, non sentirsi su una nuvola, non pensare d’essere diversi, non innalzarsi su nessun piedistallo. Scrivere vuol dire anche sapersi sporcare le mani e la faccia. Vuol dire seguire l’insegnamento del primo Jack London, l’autore dello splendido “Il popolo dell’abisso”, che ha portato a livelli altissimi giornalismo, reportage e letteratura sporcandosi la mani e i vestiti di carbone, spaccandosi la schiena in fabbrica, facendosi mordere le carni dalle cimici in una stanza pulciosa presa in affitto per calarsi del tutto nella realtà che desiderava esplorare.

Per me la scrittura è questo. Anche se è poesia. Vedo la poesia più come atto di denuncia sociale e politica, sulla scorta di Simone Weil, Franco Fortini o del nostro eccellente e ispiratissimo Gianluca Paciucci (che di Fortini è prosecutore), che non come esposizione stilisticamente ineccepibile e in versi di un dolore d’amore.

Il poeta, come l’attore teatrale o il musicista impegnato, è l’avanguardia della resistenza culturale in tempi di crisi come quelli che viviamo. Dunque, per chiudere: cosa consiglio? Non fare corsi di scrittura creativa, soprattutto se a pagamento; non pensare d’essere degli scrittori se a scuola facevamo buoni temi; non sentirsi mai scrittori, in particolare “affermati”, neppure al trentesimo libro; frequentare meno circoli e salotti culturali possibili, perché lì s’impara solo l’ipocrisia e non a scrivere; fare la spesa tutti i giorni o quasi e non perdere contatto con la realtà; leggere, leggere tanto e rileggere più di una volta i libri già letti; e farsi leggere da persone critiche e capaci di darci consigli, ma anche stroncature.

Un’ultima cosa: se non si è convinti del tutto di quel che si è prodotto, non ripassarci sopra mille volte ma riscrivere tutto da zero. Stracciare – o buttare nel cestino del desktop – e ricominciare da zero. Come un tempo, con la macchina da scrivere, o addirittura a mano, facevano i grandi scrittori. Quelli veri.

5) In una tua pubblicazione precedente, hai molto parlato di editoria e di come si sviluppa una casa editrice. Puoi darci uno specchietto di come oggi si caratterizza il mondo editoriale?

Avevo da un po’ di tempo in testa “Fare editoria” ed è stato a tratti liberatorio scriverlo. L’anno prossimo lo faremo riuscire, anche per tenere testa a qualche piccola “clonazione” che ha fatto seguito all’uscita del lavoro.

Il mondo editoriale oggi può essere rappresentato benissimo con una sola parola: crisi. Economica. Di fiducia dei lettori. Di idee. Di prospettive. Strutturale. E quest’ultima crisi è quella che fa più paura. Perché il mondo editoriale italiano è ancora organizzato come lo era negli anni Settanta-Ottanta.

Siamo un Paese vecchio anche in questo, perché non sappiamo e talvolta spocchiosamente non vogliamo rinnovarci, metterci al passo coi tempi, ma restiamo ancorati ai nostri retaggi pieni di ragnatele in cui poi restiamo invischiati. Purtroppo anche il mondo dell’editoria, come quello della politica e dell’economia, è in mano a dei vecchi.

Talvolta anagraficamente. Altre semplicemente per formazione culturale e mentale. E questo lo paga un intero settore, che non è fatto solo di case editrici ma di distributori, grossisti, librerie, tipografie, cartiere, legatorie, trasportatori, service esterni, autori e così via. Decine di migliaia di persone e di famiglie ostaggio di un gruppetto di vecchi. Talvolta non solo anagraficamente, lo ripeto.

6) “I bastardi di Sarajevo” è uscito da poco. Hai già altre idee da darci in anteprima?

Mmm… brutta domanda. Vediamo se riesco a cavarmela con una non-risposta, in puro italico politichese… Mettiamola così: sì, sto lavorando, già da mesi, con una persona molto importante e cara, a un libro altrettanto importante che uscirà il prossimo anno in occasione di un ventennale che non può e non deve essere dimenticato. Tra qualche tempo potrò dare qualche elemento in più. Oggi c’è solo da lavorare, duramente, per veder nascere questo libro che vogliamo rappresenti un momento di riflessione importante sulla strada, lunga e lastricata di buche, della memoria.

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ABOUT THE AUTHOR

Annarita Faggioni

Founder e direttrice del progetto Il Piacere di Scrivere, copywriter e scrittrice.

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