La solitudine del self-publisher: ovvero cosa significa essere “imprenditori di se stessi”

selfpublishing

Quando in un ambiente tradizionalista e sostanzialmente stagnante come il mercato editoriale italiano inizia a diffondersi una novità è facile che si creino credenze e falsi miti.

Questo è quello che è esattamente ciò che è accaduto al self-publishing, che è arrivato a valere l’8,5% del mercato editoriale italiano (non è molto? traducendolo in numeri si parla di 5.235 libri autopubblicati all’anno) prima che la gran parte dei lettori fosse a conoscenza del semplice significato del termine self-publishing.

Quello della solitudine del self-publisher che, sprovveduto visionario, pubblica in completa solitudine senza sapere nulla di quello che succede intorno a lui, è un mito basato su una falsa generalizzazione che sta facendo molto male al mercato del self-publishing.

Questo mito ha contribuito a diffonderne altri, come quello della pessima qualità, della presunzione sfacciata degli autori ecc. Tutto ciò ha creato nella mente dei lettori un’immagine negativa che ora gli autori “seri” devono lottare con le unghie e con i denti per abbattere.

Solitudine o non solitudine?


Chiariamo che, rispetto alla tradizionale figura dello scrittore che si dedica solo alla stesura del proprio libro e poi si affida ad occhi chiusi a un casa editrice (ma è mai veramente esistita questa figura?) il self-publisher è sicuramente molto più “solo”.

Tuttavia questo non significa che l’autore self-publisher si occuperà in completa solitudine di ogni singola fase della pubblicazione. Piuttosto, la solitudine del self-publisher viene a far valere le sue ragioni quando si parla di organizzazione e responsabilità.

Lo stereotipo del self-publisher

Per quanto nessuno possa negare che fra i libri autopubblicati circolino scritti di pessima qualità, è pur vero che quegli stessi scritti vengono facilmente sommersi dal mare magnum dei titoli che li circondano.

Per colpa di questi pochi, però, è andato affermandosi lo stereotipo del self-publishing come pubblicazione “pronta all’uso” e del self-publisher come sprovveduto autore megalomane che ha un manoscritto nel cassetto, lo tira fuori, va online e lo mette in vendita, direttamente e senza pensarci su.

Ancora una volta è sicuramente possibile comportarsi così e ci sono persone che lo fanno.

Ancora una volta questo tipo di pubblicazioni sono ben presto fagocitate dall’algoritmo di Amazon o di qualunque altro store online.

L’affollata realtà del self-publishing

beta reader

La stragrande maggioranza degli autori che si rivolgono al self-publishing oggi, nel 2016, lo fanno in maniera ponderata. Questi autori fanno una scelta consapevole che li porterà ad abbandonare la solitudine propria dello scrittore per lavorare con molte persone diverse.

Ciò che i lettori vittime dello stereotipo del self-publishing non sanno, infatti, è che la strada che porta un manoscritto a diventare libro è costellata da collaborazioni più o meno professionali.

Nel momento in cui lo scrittore ha finito di stendere il proprio manoscritto, infatti, sa che dovrà quasi certamente ricorrere ad un editor o, se le finanze non lo permettono, ad una rosa selezionata di beta-reader.

Pure quando il testo sarà pronto e tirato a lucido dovrà ancora passare tra le mani di molte persone: un impaginatore per esempio, e un grafico che possa occuparsi della copertina.

Neppure nel momento in cui il libro sarà finalmente pubblicato il self-publisher potrà veramente rintanarsi in quella solitudine che molti gli cuciono addosso (e che magari gli sarebbe gradita) perché invece dovrà iniziare ad occuparsi della promozione: in questo potrebbe avere a che fare con figure professionali che pianifichino la promozione per lui, oppure farlo in prima persona e quindi entrare in contatto con altre figure professionali come librai, bibliotecari, autori, editori, ecc.

Ma allora la solitudine del self-publisher non esiste?

Diventare “imprenditori di se stessi”

imprenditore di se stesso

Questa è una decisione che non andrebbe mai presa alla leggera perché se non è vero che un self-publisher deve occuparsi in prima persona di ogni aspetto della propria pubblicazione, è anche vero che egli sarà il solo e unico responsabile della qualità del libro. Questa è la vera solitudine del self-publisher.

Diventare imprenditori di se stessi significa iniziare un percorso di formazione che porterà lo scrittore a non essere più un semplice artista ma una figura ibrida con competenze forse superficiali ma svariate in molti ambiti.

Diventare un self-publisher non significa fare tutto da soli, significa invece prendere sulle proprie spalle la responsabilità di indirizzare, dirigere e controllare la strada che porterà il manoscritto iniziale a diventare un libro.

L’unica solitudine del self-publisher è quella della presa delle decisioni e di conseguenza della presa di responsabilità: se il libro sarà scadente sarà sempre colpa solo del self-publisher.

E forse, tutto sommato, questa è ancora la solitudine più grande.




Condividi ;)

ABOUT THE AUTHOR

Copywriter per professione, scrittrice per passione, innamorata di fantasy e horror e strenua sostenitrice del self-publishing. Sono testarda e un po' megalomane. Attualmente la mia principale occupazione è convincere il mondo che il self-publishing è il futuro dell'editoria. Il resto sono hobby.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Calendario

agosto: 2017
L M M G V S D
« Lug    
 123456
78910111213
14151617181920
21222324252627
28293031