Fuoco alle polveri: la paura di scrivere male

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Io non ho paura di scrivere, così come non ho paura di respirare. Io ho paura di scrivere male.
Non mi spaventano le critiche al contenuto, ma l’errore nascosto dal bianco, il refuso che s’insinua tra le lettere durante il valzer delle parole bendate; sono atterrita dalla svista, figlia della distrazione e delle miriadi di cose che s’affastellano sulla scrivania in attesa di essere lette, revisionate e vestite per il gran ballo della rete. Ho paura delle ripetizioni e del barocco che sfocia in un rococò insensato e pedante.

Ecco che mi ritrovo a camminare incerta sopra un pavimento lastricato di pericoli e tranelli: ho paura d’inciampare e sbattere la faccia contro il disinteresse e la noia.
Non voglio sfornare banalità, rimasugli stiracchiati di concetti sentiti chissà dove, chissà quando.
Non voglio usare la voce di qualcun altro, né tanto meno rubargli le idee o pavoneggiarmi ricalcando stilemi che non mi appartengono. La paura mi serve per non precipitare nel plagio, per evitare di ripetermi e per spiccare il volo. Un volo che sconfina, che supera sé stesso, che mi porta ad una destinazione ancora sconosciuta. E odorante di erba appena tagliata.

È per l’ebbrezza del volo che scrivo.
È per un’impellenza che non posso controllare.
Scrivo perché ne ho bisogno.

E la paura che m’assale di fronte al foglio bianco non può che farsi da parte, protestando a bassa voce. Perché il desiderio di scrivere è potente e se ne infischia di quella paura, sbiadita e lacrimosa. Prosegue impettito e imperterrito, senza domandarsi perché.
E io lo seguo, attenta e silenziosa.

Perché scrivere è una sfida continua. Contro il riflesso allo specchio, che ti sussurra cattiverie all’orecchio, godendo del tuo sguardo smarrito. Contro la supponenza del foglio intatto e la resistenza dei tasti. Ma, soprattutto, contro i limiti che io stessa m’impongo, spesso senza una ragione che possa definirsi tale.

Ho desiderato scrivere da tutta la vita. Mi sono nascosta, ho scritto fogli su fogli, illusa che mi potesse bastare l’atto stesso di scrivere per appagarmi. Poi, ho dovuto compiere un gesto di umiltà e ammettere che non mi basta scrivere per me, che io scrivo perché vorrei essere letta, criticata, citata, condivisa. Che non sono sola, perché l’urgenza di comunicare esclude con forza l’autoreferenzialità per aprirsi all’altro da sé, per concedersi, nuda, al giudizio. Alla ricerca spasmodica di un contatto, fosse anche un attrito, uno squarcio.

Buco il foglio. Non mi fermerò.
Farò della paura un feticcio da tenere sempre con me; un memento della mia mortalità, della fragilità di noi creature pensanti e scriventi. Mi servirà da innesco per accendere il mio fuoco.
Come ho già scritto altrove, «ho compreso che è di fondamentale importanza mettersi in tasca la paura e tenerla come talismano per i momenti più difficili, quando inerpicarsi sembra impossibile e la vetta pare irraggiungibile. Allora, proprio quando le gambe cedono in preda alla capitolazione, estraggo il mio amuleto e lo osservo, razionalizzandone il potere magico così da renderlo innocuo.»




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2 comments on “Fuoco alle polveri: la paura di scrivere male”

  1. Luca Stel

    Leggere il tuo post, in particolare dove parli dell’autoreferenzialità e il tuo bisogno di essere criticata o condivisa mi è piaciuto molto, mi ha fatto capire che non sono l’unico allora che ha questo desiderio! 🙂 Comunque complimenti al blog e per il post in particolare!

    • Emma Frignani

      Caro Luca, grazie per il tuo bel commento. Per troppi anni mi sono raccontata, con una certa vena ipocrita e spocchiosa, che scrivevo soltanto per me. Che gli altri (chi poi?) non avrebbero capito. Bugie. Per proteggermi. Per non rischiare. Per non sentire il bruciore di una critica. Ora, sono cambiata. Sono finalmente pronta. E felice. Questo tuo commento conferma quanto detto e te ne sono grata 🙂

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