“Elogio alla notte. Inno a occhi socchiusi”: intervista a Claudio Marucchi

Claudio Marucchi

Oggi abbiamo con noi Claudio Marucchi, autore di “Elogio alla notte. Inno a occhi socchiusi”, edito a Edizioni Tlon

L’intervista

1) Come nasce il suo rapporto con l’oscurità notturna?



Bisognerebbe chiedersi piuttosto in che modo tutti quanti perdano il rapporto con l’oscurità notturna, visto che è il fondale naturale da cui tutto e tutti derivano, e che ci appartiene dall’esperienza nel grembo materno fino al tenue disagio provocato dalla consapevolezza della nostra mortalità, senza saper che cosa ci aspetti dopo il trapasso.

Il recupero del notturno per me è stato un fatto giovanile, una sorta di fascinazione per la nerezza, per gli emblemi della morte, per i contorni sfumati, per l’abbandono e la perdita, per l’abisso più profondo, per le fauci, per la poesia del cielo stellato, per le alterazioni della coscienza, per l’onirico, per il silenzio, per i chiaroscuri, il vuoto, i boschi e le soste presso l’ombra. L’educazione, l’identità, la civilizzazione, l’igienizzazione,la spasmodica ricerca di obiettivi da realizzare, la credenza passiva nel modello casa-lavoro-famiglia sono le menzogne che ci separano dalla notte e dai suoi simboli. Il recupero con la dimensione notturna nasce da una sorta di opposizione al sistema vigente, al regime diurno e alla dittatura della luce, quindi nasce da una rinuncia; poi cresce rendendo frequenti le passeggiate interiori, le visite (non sempre guidate) nel proprio inconscio, nelle aree scomode dei propri bassifondi, nei ghetti del proprio essere; infine matura con una sorta di incoscienza, che lascia spazio al fremito del salto oltre il limite dell’esperienza.

Poi, credo che muoia con la follia. L’esperienza notturna è la sola risorsa possibile per accedere alla quiete del Chaos, vero cuore pulsante di ogni azione, movente, itinerario, la nuda vacuità in cui si risolve ogni evento, il muto accadere di ogni cosa, che lascia sgomenti per la reale insensatezza del suo essere. Dal retro della coscienza, ogni ente grida la propria nullità. Lì la notte si impasta all’io, lo lascia esistere per ciò che (non) è, resta solo un estremo che non conosce estremi; l’illimitatezza dell’ignoto ci rappresenta meglio di qualunque altra ipotesi.

2) Oggi come non mai la notte ha perso quello che era il suo significato originario: l’apertura H24 di alcuni negozi, la notte di divertimento fino al mattino, ecc. Come riscoprire un rapporto “romantico” con il buio?

Il rapporto con il buio raramente può essere romantico. I romantici oggi sono, e giustamente, percepiti come “sfigati”. Il regime diurno ha invece qualcosa del “tamarro”. Con il buio il rapporto si recupera giocando su terreni estremi, le tenebre sono l’inconscio stesso, e il delirio o l’oblio sono i doni incandescenti della nostra magmatica brace di vita. Intorno a noi le tenebre sono l’alterità assoluta, l’ignoto verso cui essere devoti. Sesso sfrenato ed orgiastico, prossimità alla morte, uscite violente dall’ordinario, esposizione delle proprie fragilità e debolezze, danza sul filo del rasoio priva di una coreografia, tentativi eccessivi di alterazione e di uscita dalla veglia conscia, frammentazione, improvvisazione, destrutturazione e probabilmente la follia. In tutto ciò le pause sono importanti: contemplazione, riposo, abbandono, gioco.

Elogio alla notte
Elogio alla notte – Copertina

3) Oltre a “riscoprire il buio”, Lei ha parlato anche di altri aspetti della vita umana nei suoi libri precedenti. Ci vuole accennare qualcosa?

Sono partito dai Tantra, in particolar modo dai riti. Il rito è l’estroflessione della meditazione. Dona compostezza, centratura e costruisce un equilibrio, ma lo fa per sottrazione. Purtroppo però resta sospeso su una trasparente illusione, sicuramente raffinata, ma subdola nel suo intessere la tela di nuove sovrastrutture. Non è il rito a far raggiungere certi risultati, è il soggetto che utilizza un rito ad offrirsi la possibilità di un ricondizionamento inconscio. Il rito riprogramma l’inconscio. Questo è il suo senso oggi come oggi.

L’inconscio determina buona parte dei nostri orientamenti, scelte, azioni, gusti, convinzioni, relazioni. Il rito rende possibile una contraddizione fondamentale: credere convintamente all’esistenza di ogni sorta di entità e al contempo non credere nemmeno alla propria esistenza. L’energia sottile è stata la più importante scoperta materiale che mi sia stata concessa dai riti.

Poi ho trattato di simboli, perché i simboli sono il linguaggio dell’inconscio. Infine ho scritto in modi diversi a proposito di Eros: dall’interpretazione in chiave sessuale del rito eucaristico fino alle tecniche di magia sessuale. Ho scritto solo di ciò che ho sperimentato. Nel sesso riposa ogni possibilità concreta di accesso a sé e all’altro e di uscita da sé e attraversamento dell’altro. Tutta la magia consiste nel penetrare ed essere penetrati. Questo basti per saldare la magia alla mistica. Ciò che per molti è un fine, per me è uno strumento.

4) La filosofia sembra essere esiliata dagli scaffali: ha senso scrivere oggi di questi temi e come si può risolvere questa situazione secondo Lei? I social possono essere di aiuto o di ostacolo?

La filosofia esiliata dagli scaffali è un vantaggio. Infatti prima agli scaffali era confinata. Per sopravvivere la filosofia ha dovuto evitare di giungere a soluzioni definitive, o meglio, ha dovuto ammettere di non esserne in grado. E’ l’unica disciplina che in duemila e cinquecento anni non sia ancora riuscita a determinare chiaramente di cosa deve occuparsi. La amo proprio per la sua indeterminatezza.

In effetti si è prestata a far da fondamento per i presupposti di qualunque altra disciplina, ecco perché esistono filosofia della scienza, della storia, delle religioni, della mitologia, del diritto, del linguaggio, della musica, dell’immagine, dell’arte, politica, estetica, morale, e mille altre, come se la filosofia potesse sopravvivere solo occupandosi di tutto tranne che di se stessa. Con i social network chiunque può rivendicare di essere un filosofo, ma non ha una filosofia.

Fortunatamente non esiste l’albo dei filosofi, il che è indicativo della natura stessa della filosofia. Un conto è insegnare filosofia, un conto è fare filosofia. Chi la insegna è un trasmettitore: cita, spiega, interpreta. Chi la fa è uno sperimentatore: si espone, si lancia, rischia. Gli sperimentatori oggi hanno poche aree nuove su cui fare esperimenti, e sono tutte aree maledettamente pericolose.

Quindi un filosofo oggi si deve distinguere da un insegnante di filosofia per i rischi che assume, mettendo a repentaglio il proprio equilibrio, giocando pesante, andando in guerra con se stesso e con il mondo intero. La filosofia deve diventare un’arte che per ogni risposta sappia trovare sufficienti critiche demolitrici fino a radere al suolo se stessa, le manca ancora l’improvvisazione. Si deve sviluppare un istinto filosofico, una parte animale. Così la smetterà di rinchiudersi nel settarismo accademico e nei linguaggi inaccessibili; la filosofia dovrebbe diventare un gioco, ma essere sempre più pericolosa.

L’insegnante di filosofia può essere ammirato, il filosofo dovrebbe esser temuto. Vittima della freddezza della ragione, alla filosofia mancano violenza, eros, e incandescenza. Vorrei una filosofia che sapesse ustionarmi. La natura del pensiero razionale è come quella dell’uroboro, quindi la filosofia è sempre sul punto di morire ma non tramonta mai del tutto. E’ crepuscolare per eccellenza. Si rinnova uccidendosi. Si guardi il caso della metafisica: un edificio in rovina che nessuno riesce ad abbattere definitivamente. E’ ancora troppo tiepida, se non fredda, la filosofia costruita dal pensiero razionale. La fine della filosofia sarà il compimento della follia. Paradossalmente il più grande limite della filosofia è il suo stesso strumento: la ragione.

5) Il libro è uscito lo scorso 5 Aprile: aspettative?

Nessuna aspettativa, questo libro è stato un gioco emozionante. Scriverlo di getto è stato come eiaculare una parte del mio sentire. Non tutte le eiaculazioni corrispondono a fecondazioni. E questo è un bene. In realtà si tratta di un prologo. L’appendice finale, intitolata “Rhapsody in black” è l’annunciazione di un prossimo gioco: le linee guida al disorientamento e alla perdizione a cui “Elogio alla notte” sottilmente invita.



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