5 cliché d’autore

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Avevo tanti titoli per questo articolo, ma tutti troppo complessi per le persone oggetto della mia analisi. Pubblicazione speciale di Sabato (in realtà l’idea mi è arrivata stanotte) perché Lunedì avremo una ospite con i fiocchi e, nel frattempo, avrei perso l’ispirazione.

Uno di questi era “I 5 cliché dell’autore affermato”, ma alcune persone che ho conosciuto e che sono meravigliose non si meritano di essere etichettate senza motivo. Poi, gli errori degli altri possono essere da esempio (da non fare) per la nostra scrittura. Quindi, ecco come non dovrai mai trattare chi acquista il tuo libro.

1) Preparare lo show

Andiamo, a chi vuoi che piaccia l’autore “vecchio stampo” che faccia il professorino di lettere e impartisca verità al lettore. Il tuo deve essere uno show che deve portare alla vendita. Nient’altro. Il lettore deve ridere, pagare e andarsene: più lo farai ridere, più avrà una bella sensazione, che vorrà ripetere comprando altri libri e/o partecipando ai tuoi prossimi show, che farai in modo essere pochi e sovraffollati: devono fare la fila per averti.

Lo show deve essere veloce e volare: più grossa riuscirai a spararla, meglio è. Ovviamente, ogni tanto citerai un nome universalmente noto, per cui chi non lo conosce si vedrà additare dal resto della platea. Dirai che è il tuo maestro e che è il tuo ispiratore, accorciando le distanze tra te e gli autori esordienti sparsi tra la folla (sicuramente ce ne sarà qualcuno). Sfrutta la tua autorevolezza per far passare bene un quarto d’ora.

2) E’ sempre qualcun altro a raccontarti una storia

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Molti autori, nelle conferenze, dicono che le storie sono state raccontate all’autore da un terzo (vero o presunto tale) che è disposto a offrire gratis una storia da milioni di Euro pur di farla conoscere, perché solo quell’autore ha il potere e i contatti per renderla pubblica. Questo giochino è un cliché datato 1600 e, anche se qualcuno fosse così sprovveduto da regalare una storia, consapevole che come autore ci scriverai sopra, io eviterei di dire che hai scopiazzato a un altro.

Il migliore a dire questa cosa fu Manzoni, che ne “I Promessi Sposi” inventò un manoscritto del ‘600 ritrovato a casa sua, con una lettera dell’autore anonimo del 1600 che disperava di veder pubblicata la sua opera. A cosa serve questo cliché? Se il libro fallisce, non è colpa tua, è la storia che ti ha dato qualcun altro che non era buona.

3) Trovare un presentatore compiacente

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Il mio presentatore lo vorrei cattivo, cioè vorrei uno che mi creasse problemi. Il più scettico su quello che scrivo, il più propenso a fare il mio libro a pezzi. Perché? Perché devo attirare il lettore scettico, non il lettore che ha già letto qualcosa di mio e sa già che troverà un buon libro. Così, però, si perde tempo. Allora, si va sul territorio, sui gruppi di fan, sul Pinco Pallino che ha manifestato il proprio entusiasmo in migliaia di commenti su Facebook.

Le domande già preventivate e ovviamente, il libro è solo una cornice: a malapena si parlerà del protagonista, il resto dovete scoprirlo da soli. Qui il protagonista è l’autore (ed è giusto che sia così), ma compito del presentatore compiacente sarà nominare l’autore leader del settore, rifarsi a autori sconosciuti ma grandi best-sellers a cui affiancarlo, renderlo un Dio in Terra. Ovviamente, la “spalla” avrà letto prima il libro e sarà quella a leggere (semmai si legga).

4) La sindrome del leader del settore

Questa la dedico ai webcosi: cosa succede quando a un webcoso ti presenti come “leader nel settore”? Se ti va bene, un webcoso ti risponde: “Grazie, arrivederci” come si risponde agli scocciatori dietro la porta. Qui no. La traduzione a livello editoriale (no, letterario no, mi dissocio) è MAESTRO, ma siamo ben lontani dal sensei giapponese. Chi è il MAESTRO? Chi rende mozzafiato un libro, chi è capace di farlo ricordare per efferatezza ed emozioni forti. Passata l’emozione, non c’è niente. La vita è emozione, il carattere didascalico dell’arte è finito da tempo.

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La mia traduzione? Vuoto. Di solito, questi leader hanno anche un grandissimo amore per i propri personaggi: li creano per sgozzarli e far sentire male i lettori affezionati, per dimostrare di essere stati in grado di creare un personaggio e di renderlo parte della vita delle persone. Ammetto, sono invidiosa: il mio Rydgley l’ho pianto per tre giorni di fila, non potendo in alcun modo salvarlo (ma su questo vi lascio a “L’Ombra di Lyamnay”, per farvi capire che questi giochini funzionano, ma sono deleteri).

5) Accontentare la massa pagante

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Hai comprato il libro? Sì? L’autore ha 6 nanosecondi per te. No? E’ pregata di andarsene, prima che chiami le forze dell’ordine. Se avevo una mezza idea di essere potenziale cliente, mi è passata. I lettori non sono una massa pagante che va accontentata. Chiunque si avvicini va trattato con educazione, perché ti ha dato il suo tempo.

Perché, alla lunga, una realtà editoriale del genere fallisce

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Piccolo promemoria per me: devo fidarmi di più del mio istinto. Da una casa editrice che:

  • Risponde solo se fai il troll su Twitter e solo perché hai un certo numero di followers;
  • Non comunica tra sé e sé, per cui chi sta su Twitter non sa che fa l’ufficio stampa e l’ufficio stampa non sa cosa si pubblica;
  • Non risponde alle e-mail, se non previo appuntamento;
  • Partecipa solo agli hashtag che hanno già un certo numero di persone;
  • Copia le strategie della concorrenza su Facebook;
  • Non sa quale autore sta mandando nella tua città.

Cosa aspettarsi?

C’è una caratteristica che accomuna un po’ tutta questa gente: sono autori per caso. Facevano un altro mestiere, poi si sono resi “vendibili” attraverso tecniche specifiche e… Puff, il successo gli è piovuto addosso e non sanno spiegarselo. A volte, il caso porta persone meravigliose, a volte deleterie. L’importante è rivolgersi all’agente giusto, che ha contatti e che agisce per trend.

Una casa editrice che agisce in base ai dettami del trend è destinata al fallimento. Il trend va valutato, ma come una di tante cose, non come l’unica. Altrimenti, prima o poi i contributi pubblici finiranno. Il motivo? Il trend cambia e questa gente lo sa benissimo: cerca di ipotizzare quale sarà il trend dell’anno successivo, con il gioco facile che in Italia le cose arrivano sempre tardi, quindi basta fare un salto al di là delle Alpi.

Il problema è come lo riportano in Italia: nemmeno l’Inquisizione era tanto rigida nel 1500. Posso influenzarlo, piegarlo al mio volere, guadagnarci? No. Bene, ho i miei giornali ai quali far dire che lo strumento fa schifo. I creduloni ci cascheranno. Caso Amazon docet.

Per quanto mi riguarda, non parteciperò più a una manifestazione che abbia per editore questa gente. Un pregio lo hanno, però. Mi hanno insegnato come non si tratta un lettore: come carne da macello.

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Vuoi essere un lettore o carne da macello?

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Annarita Faggioni

Founder e direttrice del progetto Il Piacere di Scrivere, copywriter e scrittrice.

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